Tag

, ,

tomassinijpg

Veronica Tomassini, siciliana di origini umbre, collabora con Il Fatto quotidiano, dove cura anche un blog. Esordisce nel 2010 con il romanzo “Sangue di cane” (Laurana edizioni). Di prossima uscita il nuovo romanzo.

Veronica lei ha lavorato per anni in una redazione di provincia dove ha curato rubriche importanti, ricordiamo tra tutte “La città racconta”, in quegli anni ha avuto modo di confrontarsi con realtà suburbane anche pesanti, cosa le hanno regalato?

Con i limiti di quel piccolo mondo, sono stati anni fondamentali, che oggi chiamerei persino esercizi di stile. La scrittura deve nutrirsi della strada, della vita, non c’è niente da fare.

Nel suo blog (veronicatomassini.wordpress.com) dice “Avresti voluto esordire a 20 anni” ma magari non avrebbe avuto lo stesso successo? Forse i tempi non erano maturi.

Sì, purtroppo o per fortuna. Ogni stagione è stata già fissata, e questo vale per ognuno di noi.

“Sangue di cane” è stato il suo trampolino di lancio che l’ha portata anche a scrivere sul “Fatto quotidiano”, ha paura di cadere? Paura che le cose possano prendere un’altra piega?

Non so se le cose siano legate, però è possibile. Di sicuro Marco Travaglio è stato determinante nella mia vita. Per rispondere alla tua domanda se temo una piega diversa o di cadere prima o dopo, ti dico che non penso troppo più in là alle cose, a come andranno”.

Il tema dell’ultimo, del diseredato, dell’emarginato le sono molti cari. Queste persone che vivono “ai margini” la considerano come uno spiraglio di salvezza? Come colei che può dar voce a chi urla ma non viene ascoltato?

Dipende. Per qualcuno lo sono forse, casomai nella vita di tutti giorni e non sempre; mi hanno scritto lettori commossi, colpiti, sì è successo; ma è capitato anche che abbia raccolto l’indignazione di donne polacche che non si sono riconosciute nei miei scritti, accusandomi di aver inchiodato un popolo intero, il loro, allo stigma di miserevoli accattoni. Falso.  Parlo di una certa umanità, di uomini dell’est, polacchi in special modo, è vero, ma con amore, raccontando una strana malattia: lo sradicamento, l’alienazione. Ho raccontato storie di solitudini, ecco tutto.

In “Sangue di cane” c’è un po’ di autobiografismo?

Certo. Sai, alcune cose non si possono scrivere se non si conoscono. Cioran affermava che senza dolore la letteratura non è abbastanza autorevole, è un dato di fatto, non è esibizionismo, veramente lui diceva: “Di regola, è falso tutto ciò che non nasce dalla sofferenza”. Per me è stato così.

Tra poco uscirà il nuovo romanzo. Sempre con Laurana? Qualche anticipazione?

No, non uscirà con Laurana, posso dire solo questo.

Altri progetti?

Altri libri, ma sempre con fatica, con la pazienza e la disciplina di un artigiano.

Annunci