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«Il bambino cattivo» è il titolo del film, diretto da Pupi Avati andato in onda mercoledì 21 su Rai 1. Proprio nel giorno della giornata mondiale per i diritti dell’infanzia.

Il protagonista del film è il piccolo Brando, lui ha una madre con problemi di alcol, un padre un po’ assente e dei nonni. Ad un certo punto, il padre stanco della vita matrimoniale, incontra una vecchia fiamma, i due iniziano una relazione, la madre di Brando lo scopre e tenta il suicidio.

Inizia così il calvario di questo «bambino cattivo». La madre in ospedale, la nonna paterna non adatta all’affidamento, ci sarebbero il padre e i nonni materni. Questi ultimi non hanno mai accettato il matrimonio della figlia e non amano neanche il nipote, odiano il genero e tutta la sua stirpe, non riescono ad andare oltre, a capire che Brando è solo un bambino, e che comunque è figlio della loro figlia, il padre, dall’altra parte, è tutto intento a vivere la sua nuova storia d’amore e la compagna gli fa capire che Brando rappresenta un problema così il giudice ne dichiara lo “stato di abbandono”.

Brando finisce in una casa famiglia, lui è forte, non piange, ma diventa “cattivo”,  è arido dentro, ha paura ma non lo vuole dimostrare, vuole essere più forte degli eventi dentro quella sua maglietta di Benzema.

Il film di Avati non è poi così lontano dalla realtà, in Italia infatti sono tantissimi i bambini allontanati dalla famiglia di origine. A volte il problema è la droga, il disagio sociale, spesso invece a finire nelle case famiglia sono i figli di genitori divorziati che nel loro delirio litigioso dimenticano di essere madri e padri, dimenticano che quel figlio che hanno messo al mondo resterà sempre il loro figlio.

Un film cruento per certi versi, ma reale, un film che fa male, soprattutto se pensiamo che non tutti i Brando hanno una maglia di Benzema che li protegge.

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