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Eleonora Mazzoni, attrice e scrittrice italiana, mamma e moglie, abilissima nel raccontare storie di vita, quella vera, quella vissuta e che spesso fa male, eclettica al cinema, in televisione e nei suoi libri.

Eleonora nella vita ha fatto di tutto come è nata la sua passione per le arti?

Per caso. Quando, durante il primo anno di università, con un gruppo di  compagni abbiamo deciso di metter su uno spettacolo teatrale, è nata la mia passione per recitare. Devo dire grazie a “Il settimo sigillo” di Bergman. Un vero capolavoro. Nel dare corpo e voce a quelle parole, quei pensieri, quei  sentimenti magnifici, capii che l’attrice era il mestiere che volevo fare.

Teatro, cinema televisione e poi anche l’editoria cosa la gratifica maggiormente?

Dipende. In questo momento trovo molto gratificante la scrittura. Ma so che  continuerò a fare anche l’attrice. E chissà, forse più avanti la regista. Mi sembrano tutti strumenti diversi per lo stesso scopo: raccontare il mondo e l’essere umano.

Il suo primo libro “Le difettose” (Einaudi editore) ha avuto molto successo. Lei parla della sua esperienza con la fecondazione assistita che le ha regalato due gemelli ma l’Italia è pronta per parlare di questo, per spiegare a tutti le difficoltà della Pma?

Credo che sia prontissima. Magari si possono trovare ostacoli ideologici e pregiudizi ma, siccome l’infertilità con il suo continuo aumento sta diventando una vera e propria malattia sociale, c’è fame di conoscenza su questo tema.

Come mai, secondo lei, l’Italia e l’italiano medio, tendono quasi ad oscurare il problema dell’infertilità tanto da rendere la fecondazione assistita quasi un tabù?

Sono ragioni antiche. L’infertilità è sempre esistita (anche se non con la diffusione attuale) ma è sempre stata un tabù. La donna sterile (per secoli nessuno ha pensato che fosse l’uomo ad avere problemi!) poteva essere ripudiata e comunque viveva ai margini della società. Ed era infelice. L’idea che in altre epoche la mancata maternità fosse vissuta con più filosofia è menzognera. Dalla Bibbia a Garcia Lorca anche la letteratura conserva la traccia di questo dolore. Ed esistevano forme nascoste per risolvere il problema. Dalle pozioni a delle forme di adozione “artigianale”(del tipo: io ho 8 figli, tu nessuno, per
tacito accordo 2 te li prendi tu), ai figli rubati dalle coppie ricche. Oggi abbiamo la Pma. Ma in modo sotterraneo agisce l’idea errata che se la natura non ti ha concesso di avere figli devi fartene una ragione.

Ha conosciuto tante donne “difettose” prima di scrivere il libro?

Tantissime. Molto più di quelle che racconto nel romanzo. Le ho conosciute soprattutto online. Ma anche nella vita. “Appena confidi le tue difficoltà vieni a conoscenza di una miriade di donne, spesso insospettabili, che ne stanno attraversando di molto simili. Una rete carbonara, invisibile ad occhio nudo, che ti protegge e ti sostiene”, dice Carla, la mia protagonista. Ora che è uscito il romanzo continuo ancora a incontrarne.

Passiamo ad altro, il suo secondo libro “Racconti di Natale” (Graphe edizioni), molto più leggero ma delicato e amaro allo stesso tempo da dove è nata l’esigenza di scriverlo?

L’idea è venuta a Roberto Russo della Graphe, una piccola casa editrice  appassionata. Mi ha chiesto di scrivere un racconto sul Natale e il fatto di poter essere accanto a Carlo Collodi mi ha sollecitato molto la fantasia.

Altri progetti editoriali in vista?

Ho appena finito di scrivere il secondo romanzo e sto adattando per il teatro “Le difettose”. A settembre partirà la tournée con Emanuela Grimalda e per la regia di Serena Senigaglia.

La rivedremo in tv?

Spero proprio di sì!

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