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Dove finisce la coscienza e inizia il dovere? Domanda marzulliana ma soprattutto di difficile risposta.

Riprendo in esame il “caso” della donna lasciata sola ad abortire in un bagno di in ospedale di Roma, lei, è rimasta sola, con il marito, a dare alla luce una bambina morta. Era già in ospedale ma, nessuno, si apprende dai vari giornali, l’ha assistita perché i medici di turno erano tutti obiettori di coscienza.

Il caso della coppia romana a mio avviso apre due questioni importantissime. La prima quella della fecondazione assistita e dei limiti, tutti italiani, della legge 40. In diverse occasioni abbiamo parlato di procreazione medicalmente assistita, intervistando scrittrici e coppie che stavano affrontando questo percorso ma, per la coppia romana il problema è un altro.

La signora in questione si chiama Valentina, è una donna “fertile” ma ha una malattia genetica, la legge non permette la diagnosi pre-impianto e così lei ha concepito una figlia in maniera del tutto naturale ma poi, ha scoperto, che quella sua creatura non stava bene. Al quinto mese di gravidanza ha preso una decisione difficile, una decisione altruista, questa giovane mamma ha pensato al benessere di quella bambina che portava in pancia e di come sarebbe stata la sua vita ma ecco che incappa nel secondo problema, anzi limite, anche questo tutto italiano. I medici obiettori di coscienza. Per carità, tutti abbiamo una coscienza ma, a mio avviso, certe categorie di lavoratori dovrebbero averne due, una professionale e una personale.

Come fa un medico a non aiutare una donna che sta male? Si perché Valentina stava male. Dove inizia la coscienza professionale? E il giuramento d’Ippocrate dove lo mettiamo? Se un medico ha di fronte, l’assassino di suo figlio o di sua moglie cosa fa? Lo salva? Pensa al suo odio alla sua coscienza?

Valentina è rimasta sola e, l’Italia, multata per violazione dei diritti delle donne, magra consolazione per Valentina ma, forse, qualcosa cambierà.

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