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Rebecca Domino, giovanissima scrittrice italiana ci racconta del suo nuovo libro intitolato “Fino all’ultimo respiro”, una struggente storia d’amicizia.

Rebecca il tuo nuovo romanzo parla ancora di amicizia. Quanto contano gli amici nella vita?

Molto, almeno teoricamente, perché penso che, purtroppo, l’amicizia oggigiorno sia un sentimento sottovalutato e che sia piuttosto raro trovare dei veri amici. Personalmente, sono sempre stata una persona piuttosto asociale, nel senso che sto bene da sola, anche perché sin dall’infanzia non mi ritrovavo nei discorsi e nei comportamenti dell’altra gente, tipo dei compagni di scuola, ma sono molto fortunata perché sono legatissima a mia sorella Sofia. Lei ha tre anni meno di me e siamo sulla stessa lunghezza d’onda in tutto e per tutto; potrei dire che lei è la mia migliore amica, ma in realtà è molto di più. Per il resto, non ho amici veri ma solo vaghe conoscenze e sto bene così. Nonostante questo penso che i veri amici siano importantissimi, specialmente per chi non ha un legame così profondo e solido con qualcuno della famiglia come, nel mio caso, una sorella.

Sei mai stata tradita da una persona che reputavi tua amica?

No, per il semplice fatto che, come ho accennato nella risposta di cui sopra, non ho mai avuto vere amiche ma solo amicizie superficiali, inoltre non sono una persona che permette agli altri di farla soffrire. Se qualcuno si comporta male con me, semplicemente non fa più parte della mia vita. Per quanto riguarda mia sorella, invece, sono sicura che, dato il profondo rapporto che ci lega, non ci tradiremo mai.

Il tema del romanzo è forte, si parla di malattie in giovane età, cosa ti ha spinto a parlare di questo?

L’idea per “Fino all’ultimo respiro” è nata in maniera improvvisa e inaspettata. Stavo scrivendo un altro romanzo, uno di quelli che scrivo per me, solo per il piacere di farlo, quando, improvvisamente, ho avuto l’idea per la storia dell’amicizia improvvisa fra una diciassettenne scozzese come tante e una sua coetanea, malata di leucemia da due anni e mezzo. Ammetto che, prima di cominciare la stesura del romanzo, mi sono chiesta se lo avrei finito. Come faccio sempre prima di scrivere un libro, mi documento meglio che posso sull’argomento che andrò a trattare e pensavo di dover leggere, ascoltare e guardare testimonianze di giovani con il cancro caratterizzate morte, dolore, senso d’ingiustizia e d’impotenza invece, nonostante si parli di tutte queste cose (come penso sia normale nel caso di persone che vivono con il cancro) sono rimasta stupita dalla forza, dal coraggio, dall’umorismo, dall’altruismo e dall’amore per la vita di quei ragazzi! Proprio loro, che avrebbero ogni diritto di lamentarsi, impiegano il loro tempo su questa Terra (poco o tanto che sia) per cercare di vivere normalmente e, al contempo, di farlo al meglio, aiutando gli altri e godendosi ogni singolo giorno. A quel punto, mi sono detta che, non solo avrei finito sicuramente di scrivere “Fino all’ultimo respiro”, ma che lo avrei reso leggibile gratuitamente sia per raccogliere fondi in favore di Teenage Cancer Trust sia per far conoscere queste storie a quante più persone possibili. E’ giusto e sano non pensare troppo spesso alle malattie e alle varie tragedie che succedono, ma credo che pensarci ogni tanto sia più che giusto, sia doveroso, specialmente quando malattie del genere colpiscono adolescenti o giovani adulti. Lo scopo del romanzo, dunque, è sì quello di raccontare la vita di un’adolescente con il cancro (anche se il libro non è scritto in prima persona dal punto di vista di Coleen, la ragazza malata di leucemia, ma da quello della sua migliore amica Allyson) ma anche e, forse oserei dire soprattutto, quello di far sì che esperienze e storie del genere spingano le persone a rendersi conto di quello che è davvero importante. Tantissima gente si lamenta per un nonnulla, fa di un acciacco una tragedia e perde tempo ad accanirsi contro gli altri per le ragioni più disparate. Il motivo principale per cui ho scritto questo romanzo è per ricordare a tutti che siamo vivi, ora, e che siamo gli artefici della nostra vita. Purtroppo la gente spesso dimentica che non vivremo in eterno, pospone a domani quello che potrebbe fare oggi ma poi arrivano storie come quelle dei ragazzi con il cancro, giovani qualunque che dal giorno alla notte si ritrovano con il fiato della morte sul collo. E tutto cambia. Con “Fino all’ultimo respiro” spero di spingere le persone a guardare la vita con occhi nuovi, a godersela davvero, ad aiutare gli altri e a non perdere tempo con sciocchezze.

La fiction “Braccialetti rossi” ha fatto conoscere a tutti questo mondo, il tuo libro è, come la fiction, un inno alla vita, hai mai conosciuto ragazzi che vivono questo dramma?

No, non ho mai conosciuto personalmente ragazzi che vivono con il cancro. Tramite Internet ho letto e ascoltato alcune delle loro storie ma naturalmente non è come conoscerli di persona. Attraverso quelle storie, comunque, mi sono arrivati i loro messaggi di altruismo, simpatia, forza e amore per la vita. Non ho scelto io di rendere il romanzo un inno alla vita, penso che quando si va a trattare quest’argomento e ti ritrovi davanti storie di adolescenti molto più saggi della maggior parte degli adulti, che con i loro sorrisi e i loro messaggi di speranza e ottimismo cercano di sconfiggere il tumore, ti rendi conto che non avrebbe senso scrivere un libro che sia negativo. Le lezioni di questi ragazzi spesso sono riservate alle persone che li conoscono da tempo, come famigliari e amici, e generalmente la gente non pensa ai giovani con il cancro. Penso che ci sia bisogno di parlarne di più e se fiction come “Braccialetti rossi” o romanzi come il mio possono fare la loro parte, ben venga. Alcune persone che hanno già letto il romanzo oppure che hanno dato un’occhiata alla sezione del mio blog dedicata a Teenage Cancer Trust e ad alcune delle storie dei giovani con il cancro, mi hanno detto che fino a ora non si erano mai soffermate a pensare a questi problemi e allo stesso tempo ci sono state persone che hanno donato a Teenage Cancer Trust tramite la mia pagina su Justgiving ancora prima di leggere il romanzo. Ecco, queste sono le mie vere soddisfazioni, insieme allo sperare che con “Fino all’ultimo respiro” possa aiutare anche solo una persona a “lavarsi gli occhi” e vedere e vivere la vita per quello che è davvero, come le storie dei giovani con il cancro hanno aiutato me.

Sei mai stata in un reparto oncologico? Cosa bisognerebbe migliorare per rendere meno pesante la degenza di questi ragazzi?

No, non sono mai stata in un reparto oncologico ma quando ho svolto le ricerche per “Fino all’ultimo respiro” mi sono documentata un po’ sulla situazione dei giovani con il cancro qui in Italia. Se è vero che ci sono alcune strutture che si occupano di adolescenti con i tumori, quali il “Progetto Giovani” della Pediatria Oncologica della Fondazione IRCCS Istituto Nazionale dei Tumori di Milano e l’“area giovani cro” del centro di riferimento oncologico di Aviano è anche vero che, in linea di massima, in Italia si parla troppo poco del cancro negli adolescenti, e non mi sto riferendo solamente a quando una persona è già stata diagnosticata. Che cosa sanno i nostri giovani del cancro? Mancano progetti e programmi d’informazione, che dovrebbero cominciare alle scuole medie e andare avanti sino alle Università e, soprattutto, manca un nucleo centrale che si occupi in toto dei ragazzi con il cancro. Come ho accennato, con il mio romanzo voglio fare la mia parte per sostenere Teenage Cancer Trust, l’ente benefico inglese che dal 1990 si occupa a tutto tondo degli adolescenti e dei giovani adulti che vivono con il cancro. Ecco quello che manca in Italia: nell’ultima risposta troverete maggiori informazioni su Teenage Cancer Trust ma voglio dire sin da ora che ha 27 reparti sparsi in tutto il Regno Unito (e altri sette in progettazione) e ogni reparto è una “casa lontano da casa”, arredato a misura di giovane e dotato di personale specializzato, permette ai giovani con il cancro di essere curati in un ambiente adatto alla loro età, insieme con persone giovani come loro. Nonostante il dolore e la paura, nei reparti di Teenage Cancer Trust, si ride. Ma non è solo quello: Teenage Cancer Trust organizza anche eventi per raccogliere fondi (molti in grande, con il supporto di celebrità) e soprattutto tratta gli adolescenti come i giovani che sono e solo in un secondo momento li tratta come pazienti di oncologia. L’ente benefico unisce i giovani con il cancro che, parlando e confrontandosi con i loro coetanei, si sentono meno soli e meno spaventati. Ho vissuto un anno a Londra e ho visto con i miei occhi che lì le persone sono abituate a donare, è facile vedere per le strade volontari (spesso giovani) che minuti di secchielli e cartellini identificatori chiedono offerte per questo o quell’ente benefico… in Italia, le cose funzionano diversamente. Non so precisamente come dovremmo muoverci, ma sicuramente il Ministro della Salute dovrebbe pensare ai giovani con il cancro e creare una rete di supporto per loro, come quella che c’e’ nel Regno Unito. Teenage Cancer Trust infatti è il principale fra gli enti benefici inglesi che si occupano dei giovani con il cancro, ma ce ne sono altri; un altro esempio è Teens Unite (adolescenti uniti) un ente benefico che organizza incontri, attività ed eventi gratuiti per persone dai 13 ai 24 anni malate di cancro ed è supportato da un’ampia rete di volontari e da enti o privati che offrono iniziative e occasioni per questi giovani che, come dicono i ragazzi che prendono parte a queste attività, permettono ai giovani con il cancro di sentirsi allegri e di svagarsi, oltre che di passare del tempo con dei coetanei nelle loro stesse condizioni. Poi c’e’ “My name is NOT cancer” (cancro NON è il mio nome) un ente benefico volto a mantenere l’individualità delle persone con il cancro, creato e gestito da loro, e ci sono tante altre realtà benefiche e/o informative… Impossibile poi non citare la vita di Stephen Sutton, di cui mezzo mondo ha parlato e di cui qui in Italia si è parlato troppo poco. Per raccontare la sua storia molto brevemente, Stephen era un ragazzo inglese di diciannove anni con un cancro incurabile che ha deciso di vivere al meglio il tempo che gli rimaneva sulla Terra, raccogliendo quasi 4 milioni di sterline in favore di Teenage Cancer Trust e sorridendo fino all’ultimo, ricordando ai milioni di persone che l’hanno supportato che cosa conta davvero nella vita. Stephen ha anche ricordato a tutti che cosa definisce davvero la vita: non il numero di mesi o anni che ci sono concessi su questa Terra, ma quanto diamo agli altri.

Naturalmente il discorso sarebbe molto più lungo e complesso ma penso che, per prima cosa, in Italia dovremmo quantomeno cominciare a parlare sul serio dei giovani con il cancro, a pretendere per loro qualcosa di meglio, perché continuino a vivere la loro età il più normalmente possibile, supportati dall’intera nazione e da programmi specifici e ben organizzati, che uniscano le varie realtà ospedaliere (e non solo) d’Italia.

Hai deciso di divulgarlo gratis, perché?

Quando ho cominciato a scrivere “Fino all’ultimo respiro” non ho pensato al modo in cui lo avrei distribuito, penso che andasse da sé che lo avrei messo in vendita, come il mio romanzo d’esordio, ma man mano che sono andati avanti nella scrittura mi sono resa conto che non avrei mai potuto incassare neanche un centesimo dalla vendita del libro. Prima di cominciare la stesura del romanzo mi sono documentata sia sulla leucemia sia leggendo e ascoltando le testimonianze dei ragazzi con il cancro, ma c’erano così tanti articoli e interviste da leggere, blog da guardare, video da ascoltare e quindi mi sono tenuta costantemente aggiornata e durante le mie giornate c’era almeno un video, un articolo, un’intervista al riguardo a farmi compagnia. Sì, perché ritrovarsi in quelle storie che coinvolgevano giovani in un periodo particolarmente duro delle loro vite, era doloroso e triste, certo, ma è stato principalmente un’iniezione di vita. E’ stato allora che mi sono messa alla ricerca di un ente benefico che si occupi dei giovani con il cancro e, in questo, Teenage Cancer Trust è il leader indiscusso. Quest’ente inglese, fondato nel 1990, si occupa a tutto tondo degli adolescenti e dei giovani adulti con il cancro (13-24). Se essere diagnosticati con il cancro è terribile per tutti, lo è specialmente per gli adolescenti che si trovano in un periodo particolare della vita, dove dovrebbero pensare solo allo studio e ad uscire con gli amici, invece ricevono la diagnosi di tumore e la loro vita cambia. Nei reparti di Teenage Cancer Trust (27 in tutto il Regno Unito, altri 7 in progettazione) i giovani con il cancro sentono di avere una “casa lontano da casa”. I reparti sono costruiti a misura di adolescenti, sono allegri e colorati e ci sono svaghi e intrattenimenti, inoltre è possibile per l’adolescente rimanere in contatto con i professori della scuola d’appartenenza, così da non rimanere indietro con il programma. Oltre a occuparsi anche della ricerca, della formazione di personale specializzato, del supporto ad amici e parenti e dell’organizzazione di eventi di raccolta fondi, Teenage Cancer Trust si occupa principalmente di far sì che gli adolescenti con il cancro non si sentano soli. Essere curati da personale specializzato, in reparti con attività dedicate ai giovani, in compagnia di coetanei, a ridere e scherzare nonostante il dolore e la paura, è la chiave del successo di Teenage Cancer Trust. Eventi come “find your sense of tumour” permettono a diversi giovani con il cancro di trascorrere dei giorni con dei loro coetanei, di confrontarsi e di stringere nuove amicizie. Ecco perché ho deciso di rendere leggibile il mio romanzo gratuitamente; lo ripeto, purtroppo in Italia non esiste un ente del genere e spero che, parlandone, gli italiani comincino ad affrontare seriamente la questione dei nostri giovani colpiti dal tumore, che purtroppo non hanno tutte le possibilità e le opportunità dei loro coetanei britannici. Inoltre, Teenage Cancer Trust si occupa di così tanti aspetti dell’adolescente con il tumore ed è l’unico ente benefico di questo genere; tutti noi, ogni giorno, buttiamo via almeno 1 Euro per qualcosa che non ci serve davvero. Smettiamo di sprecare denaro per qualcosa di non necessario, almeno per un giorno, e doniamolo a Teenage Cancer Trust. Penso che sia il minimo che possiamo fare per questi coraggiosi, bellissimi ragazzi che, con le loro storie, c’insegnano qualcosa che non ha prezzo.

Per maggiori informazioni su Teenage Cancer Trust:

http://rebeccadomino.blogspot.it/p/supporta-teenage-cancer-trust.html

Per una donazione veloce, semplice e diretta, vi lascio il link alla mia pagina “Justgiving” (il denaro donato viene mandato direttamente sul conto bancario di Teenage Cancer Trust): https://www.justgiving.com/Rebecca-Domino

 

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