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Le mamme lottano, lottiamo tutti i giorni con la sveglia, con il bimbo che non vuole alzarsi per andare a scuola e poi con la maestra, col fruttivendolo ecc ecc.

Molti diranno è il “mestiere” di mamma, perfetto, ma non dovremmo dimenticare che dietro quella mamma c’è anche una donna che, in teoria, dovrebbe andare a lavorare ma, l’Italia è un paese per mamme-lavoratrici? No.

Ne sono sempre più convinta. Ogni giorno è necessario sgomitare per ottenere qualcosa, non il superfluo ma un tuo semplicissimo diritto.

Elisabetta Ambrosi, nel suo libro “Guerriere, la resistenza delle nuove mamme italiane”, racconta proprio questo, dati alla mano, testimonianze di donne-mamme che tra il lavoro precario e il desiderio di un figlio devono districarsi tra mille difficoltà.

Esempio, donna di trent’anni con un lavoro precario (comincio anche a pensare che alle donne offrano solo lavoro precario), mette al mondo un figlio, dopo tre mesi deve rientrare a lavoro ma, il piccolo al nido non è stato preso, questa donna spende così tutto il suo stipendio per pagare la tata, il contratto scade e non viene rinnovato. Risultato, mamma-donna a casa, tata a casa, meno soldi per tutti.

Per non parlare poi del mobbing aziendale o di come una donna viene mal vista se passa a casa tutta la gravidanza.

Esempi su esempi, ne abbiamo parlato diverse volte e, mille volte abbiamo detto che le “quote rosa” non solo la soluzione, bisogna aiutare le mamme non a reintegrarsi in una nuova realtà lavorativa dopo la maternità ma, è necessario assicurare alle donne lo stesso posto di lavoro che avevano prima di diventare madri.

Il nido aziendale sarebbe una soluzione così la mamma porta il bimbo con se, lavora, lo allatta e, sono convinta che potrebbe tranquillamente rimanere in ufficio anche 10 ore perché non deve guardare l’orologio, non c’è la baby sitter da pagare al minuto e il suo bambino è lì con lei e, in fin dei conti, lei è una guerriera, ha cominciato ad esserlo quando il test di gravidanza è diventato rosa.

 

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