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Manuela, giovane scrittrice, ci racconta com’è nata la sua passione e, anche qualche segreto sul suo libro estremamente affascinante.

Manuela com’è nata la tua passione per la scrittura?

Penso di poter affermare con sicurezza che la mia passione per la scrittura sia nata insieme a quella per la lettura. Sin da bambina ho nutrito una grandissima curiosità per libri e per fumetti (sono abbonata a Topolino da tempo immemore), che ho cominciato a “divorare” appena ho potuto. Quando ho provato a scrivere, passando dal ruolo di lettrice a quello di scrittrice, mi sono resa conto che la fantasia non mi mancava.

Vengo da una famiglia di insegnanti, i quali hanno sempre amato la lettura quanto la amo io. Mio padre, inoltre, da moltissimi anni nel tempo libero scrive romanzi: è una passione di famiglia!

Penso di dover ringraziare i miei genitori (oltre che la mia indole) se ho sempre vissuto la lettura come una possibilità di crescita e di scoperta e non come un’imposizione noiosa, cosa che purtroppo accade spesso ai bambini. Ho cominciato ad impegnarmi seriamente con la scrittura qualche anno fa vedendola non più come un semplice passatempo ma come qualcosa di terapeutico, infatti, la penna in questi anni è diventata, per me, il mezzo più adatto per viaggiare con la mente, per riuscire ad alzarmi in volo anche durante i momenti più bui.

Il tuo lavoro da insegnate di sostegno ha contribuito al tuo estro?

Credo che da bambini la fantasia sia un dono comune e, in quanto dono, andrebbe custodito e preservato. Diventando adulti la vita finisce inevitabilmente con il togliere molto spazio alla creatività, anche perché, si rivela spesso faticosa e, in alcune occasioni, anche crudele. Pur essendo giovane, nei miei ventisette anni ho avuto modo di sperimentarne sia la fatica che la crudeltà, e ne porterò i segni addosso per sempre. Ringrazio, però, il mio lavoro che mi ha aiutata a restare sempre in contatto con il pensiero dei più piccoli, vedendo come riescano a stupirsi e a gioire per cose che noi diamo ormai per scontate.

Oggi il lavoro d’insegnante è difficile. Com’è per te questo ruolo e quali difficoltà ci sono oggi?

Da diversi anni sono educatrice, lavoro come insegnante di sostegno seguendo diversi bambini. Purtroppo da qualche mese sono ferma con il lavoro perché ho avuto seri problemi di salute che mi hanno impedito di tornare a scuola.

Il lavoro che svolgo mi piace molto, nonostante sia faticoso e, troppo spesso, sottovalutato. Mi riempie di soddisfazione riuscire (a volte anche dopo anni) ad instaurare un rapporto di fiducia e di rispetto con i bambini che seguo, sono felice quando, insieme all’aiuto delle mie colleghe, riesco ad aiutarli a diventare, passo dopo passo, più autonomi. La mia figura lavorativa, infatti, non si occupa solo di seguire i bambini con programmi mirati ai loro bisogni ma mira a costruirne l’autonomia rafforzandone anche la fiducia (le due cose possono sembrare scollegate ma non è così). Le difficoltà che riscontro io credo siano le stesse che possa riscontrare qualsiasi persona che lavori in questo ambito: ogni bambino è un mondo a parte e non si può pretendere di utilizzare con dieci bambini lo stesso metodo educativo. Riuscire a capire quale sia la strada più indicata per un bambino e quale invece sia quella migliore per l’altro, richiede tempo, fatica e molta pazienza.

Il tuo è un libro per adolescenti? Come lo configuri?

Un Regalo Pericoloso è un romanzo di narrativa mistery per giovani, non solamente per adolescenti. Non ci sono pagine particolarmente spaventose, per questo credo sia adatto anche ai bambini. L’età di lettura consigliata è dai 7/8 anni in poi.

Nello scriverlo sono stata influenzata dai tanti romanzi della collana americana “Piccoli Brividi” che ero solita leggere e amare quando ero bambina.

Ci racconti qualcosa del tuo testo?

Come succede spesso, l’avvenimento dal quale sono partita per costruire, poi, tutta la storia è stato del tutto casuale e, al momento, anche piuttosto divertente. Io e il mio fidanzato amiamo molto gli animali e viviamo con un cane e due gatti. Uno dei due gatti, Cookie, un pomeriggio si è spaventato osservando un paio di pantofole che, all’apparenza, non erano affatto temibili.

Il protagonista del libro è Tommaso, un ragazzino di dodici anni alle prese con una sorella maggiore un po’ scorbutica, Anna, un trasloco inaspettato, una scuola nuova e la scelta del regalo di Natale giusto per i suoi genitori. Inaspettatamente Tommaso e Anna si troveranno a dover combattere contro una forza maligna, misteriosa e inspiegabile che rischierà di portare alla pazzia il loro papà.

Pensi che scrivere letteratura per ragazzi debba necessariamente avere uno scopo educativo?

In tutta sincerità, quando ho cominciato a scrivere Un Regalo Pericoloso non avevo chiaro in mente un messaggio educativo. Le idee sono venute una alla volta ed è stato solo verso la fine che ho capito che quello che avevo scritto non voleva essere solo un racconto fine a sé stesso. Probabilmente perché l’ho scritto pensando a un target di giovani lettori, ma non solo. Il messaggio che vorrei che si percepisse, una volta finito di leggere il libro, è che quando accadono fatti spiacevoli (nella storia tutto comincia ad andare male proprio nel giorno più amato dell’anno) inevitabilmente l’umore delle persone cambia. C’è chi diventa più aggressivo e scontroso, chi più introverso e triste. Credo che dovremmo cercare di metterci nei panni anzi, nelle scarpe, dell’altro prima di puntare il dito considerando inopportuno o fastidioso il suo comportamento. È un appunto che faccio a me stessa in primis.

Cosa puoi consigliare a chi si accinge a scrivere un libro?

Prima di cominciare la ricerca di una casa editrice che fosse interessata a pubblicare il mio romanzo, non avevo idea che ci fossero così tanti aspiranti scrittori. E, di pari passo, così tante case editrici. Ho avuto la fortuna di trovare la Panesi Edizioni (la mia casa editrice) che si è dimostrata fin da subito onesta e limpida. Purtroppo devo dire che non tutti gli editori che ho conosciuto si sono dimostrati onesti: spesso chiedono diverse centinaia di euro (nel migliore dei casi) promettendo all’autore esordiente mari e monti in termini di promozione e pubblicità. Personalmente credo che pubblicare uno scrittore alle prime armi sia una bella sfida per una casa editrice, ma penso che dover pagare un editore per avere la possibilità di vedere pubblicato il proprio libro sia totalmente avvilente oltre che privo di senso. Anche perché, non dimentichiamoci che un’alta percentuale dei guadagni che si hanno ogni volta che qualcuno acquista il nostro libro vanno, da contratto, all’editore. Scrivere un libro richiede più impegno di quanto se ne possa immaginare e trovare qualcuno interessato a pubblicarlo è una bella soddisfazione.

Per la mia brevissima esperienza posso consigliare a chi ha scritto un libro e desidera pubblicarlo di armarsi di tanta pazienza e di non cadere nelle promesse truffaldine di chi elogia il loro romanzo ma comunque vuole dei soldi per pubblicarlo.

Hai altri progetti?

In questo momento sono ferma con la scrittura e mi dedico alle recensioni dei libri sul mio blog. Diversi mesi fa, però, ho cominciato la stesura di una raccolta di racconti brevi a tinte nere. Alcuni sono storie vere, altri sono nati da incubi e fantasie.

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