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Abbiamo incontrato Chiara Trevisan, conosciuta a Torino (e oltre) come la “Lettrice vis à vis. Una donna che ha fatto della cultura, dei libri, delle storie, classiche e moderne, il suo lavoro, la sua vita.

Chiara tu leggi, o meglio “interpreti” i libri per le vie di Torino. Perché?

Per provare a trovare la pagina giusta per la persona giusta, nel momento giusto. Per offrire un punto di vista diverso, per spostare un equilibrio, per sostenere una domanda. Le parole degli altri si possono “usare” in molti modi diversi. A patire dall’ascolto di quelle degli ospiti del mio salottino mobile, intrecciate alle mie contenute nei cataloghi, per finire con quelle estratte dai libri che scelgo di volta in volta, si creano micro-relazioni significative che lasciano il segno.

E con il brutto tempo come fai?

Oltre che all’aria aperta, incontro gli ospiti vis-à-vis anche in librerie, locali pubblici, a casa loro… e da qualche tempo sono anche 2.0: la pagina giusta vis-à-vis è disponibile anche via Skype. Posso raggiungere chiunque da qualunque parte. Molto utile, sia in caso di grandi distanze o tempo inclemente, sia per coloro che non sono esattamente a loro agio nel contesto dello spazio pubblico.

Da dove nasce questa passione?

I primi ricordi legati ai libri mi riportano alla figura di mio padre, che quando ero bambina si alternava fra il letto mio e quello di mia sorella per leggere ad alta voce filastrocche, racconti, romanzi. In seguito, leggendo da sola, ho spesso avuto l’abitudine di tornare alle pagine che avevo sottolineato o alle quali avevo fatto un’orecchia,. Pagine da rileggere ad alta voce, nel momento opportuno, quelle che sapevo avrebbe contribuito ad accompagnare o riconfigurare un mio stato d’animo. Ogni scrittura, ogni lingua, ha la sua “frequenza”, che a volte al di là del contenuto del testo, può funzionare di per se stessa. Ho un catalogo enorme di possibilità, che a un certo punto ho immaginato di condividere con altri. Avendo alle spalle dieci anni di performance per uno spettatore alla volta con Teatro di Figura, non ho faticato troppo a inventare la formula giusta.

Oggi si può vivere con la cultura?

Si sopravvive, a stento. Devo essere sincera. Nella maggior parte dei casi ci si ritrova nella precaria situazione di vedere da un lato riconosciuta la necessità del proprio lavoro attraverso al continua richiesta di esso, mentre dall’altro le risorse per far sì che questo stesso lavoro sia sostenibile sembrano sempre inadeguate (quando inesistenti). Alla crisi e alla congiuntura economica sfavorevole si sono aggiunti il dilagare del volontariato (cui spesso, purtroppo, corrisponde la mancanza di professionalità), la scarsa formazione degli operatori culturali che impiegano spesso dissennatamente le poche risorse a disposizione, la convinzione naiv che chi si occupa di cultura poi viva necessariamente di altro e via dicendo. Il lavoro più impegnativo, per chi si occupa di cultura, è ripristinare e diffondere il concetto stesso di lavoro.

Ci vuole decisamente creatività, per mettere insieme il pranzo con la cena. Non a caso definisco la mia un’impresa, nel duplice significato del termine.

Qual’è il tuo libro preferito?

Questa è una domanda impossibile. Se ne scegliessi uno, probabilmente gli altri salterebbero giù dal mio carretto e si darebbero alle fiamme, piuttosto che avere a che fare ancora con me sapendosi meno importanti.

Posso però dire che ci sono alcune pagine che rileggo più spesso di altre, pagine che modificano il mio equilibrio e mi consento di ritornare in me quando sto per perdermi. Una da “Giorni e notti d’amore e di guerra” di Eduardo Galeano, una dal racconto “La fiancée” di Deborah Willis, una poesia (“No te salves”) di Mario Benedetti, un’altra poesia (“Il ritrovamento”) di Alessandra Racca, il finale di un racconto di Jules Supervielle (“L’enfant de autre mer”), un brano di Tom Stoppard (da “The real thing”). Sono solo alcune, tra decine e decine, ma molto significative.

Pensi di ampliare i tuoi progetti, hai qualche altra idea in mente?

Al momento quello della Lettrice vis-à-vis è un progetto con pressoché inesauribili declinazioni e sono impegnata ad esplorarle tutte. Oltre ai cataloghi che propongo nello spazio pubblico, per una persona alla volta, ci sono anche librerie ad hoc strutturate per eventi specifici, anche rivolti a gruppi più ampi. A breve, in occasione del Salone del Libro, perfezionerò la formula di “un libro in 10’”, un percorso di attraversamento di un testo attraverso parole chiave e idee accompagnate dalla lettura dei piccoli frammenti relativi. Un modo per permettere a molti lettori diversi di ritrovarsi tra le pagine, ma senza rovinare il piacere della lettura per intero. E per autori ed editori, una presentazione originale e personale.

Dopo l’estate inizierà la lavorazione delle librerie in lingua, poiché all’estero il mio progetto ha attirato l’attenzione e ho ricevuto alcune richieste da festival per la prossima stagione. La sfida è riuscire, oltre ad avere una considerevole padronanza delle lingue che adotterò, soprattutto a raggiungere in tempi rapidi lo stesso livello di comprensione delle persone attraverso l’ascolto che due anni di lavoro quasi quotidiano mi hanno fatto raggiungere qui.

Una performance di relazione, come definisco questo progetto, è fatto soprattutto di questo.

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