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Oggi parliamo con Francesca Cuzzocrea, autrice del libro “Mi hanno fatto sedere qui” dove parla con abilità e dolcezza della demenza senile.

Francesca perché hai deciso di raccontare della demenza senile?

Ciao Silvestra, grazie per avermi invitato qui. Sono un’educatrice professionale e dal 2010 lavoro in strutture sanitarie per anziani. Non sono molti anni di servizio, ma sono stati sufficienti a smuovere in me la necessità di raccontare la patologia a chi non la conosce e a chi la sta vivendo come familiare. Infatti, soprattutto all’inizio, le famiglie vivono la malattia dei propri cari con pochissimo supporto istituzionale. In questo periodo si sviluppano vissuti e pensieri pesanti che poi, con il tempo, si trasformano in sensi di colpa che ci schiacciano. Il libro affronta anche tali sensi colpa e, secondo alcuni lettori, aiuta a rappacificarsi con se stessi.

Chi è Adele per te?

Adele è tutti gli anziani che in questi anni ho conosciuto e, allo stesso tempo, nessuno di loro. Adele è anche mia nonna che, poverina, non è immune da questa malattia. Adele è un personaggio simbolo nel quale ogni lettore, che ha vissuto queste esperienze, può riconoscervi il proprio caro.

Un libro che tocca tante corde, il rapporto madre-figlia, ma anche il significato della vita in genere. Quanto tempo hai lavorato per mettere insieme tutto questo?

I cinque anni di esperienza sul lavoro sono stati di certo fondamentali, la stesura del libro invece è avvenuta in sei mesi. La storia ha un ordine cronologico ben preciso, la parte più difficile è stata quella di decidere di quali aspetti della demenza parlare e fin dove spingermi nelle riflessioni delle figlie riguardo il decorso della malattia di Adele. Ci sono passaggi emotivamente molti forti, ma ho ritenuto che fossero inevitabili da raccontare e spero di averlo fatto nel modo più delicato possibile.

Il tuo è un libro che lascia l’amaro in bocca. Finisci di leggerlo e non puoi semplicemente alzarti dalla poltrona, devi necessariamente fermati un attimo e pensare, questa cosa ti spaventa? Il fatto di lasciare nel lettore un segno profondo come ti fa sentire?

Sorrido, perché diverse persone al termine della lettura, hanno dovuto prendersi cinque minuti di pausa per riflettere sulla storia, ma anche sul senso più generale della vita e della famiglia. Questo è un libro che va letto quando si è pronti a fare i conti con se stessi, a mettersi in gioco. La scelta di narrare in prima persona non è casuale perché ci permette di immedesimarci subito nella mente fragile di Adele e di vivere con lei, fin dall’inizio, l’effetto della malattia. Lo stesso vale per le due figlie, Sofia ed Eliza, di cui possiamo percepire sulla pelle i pensieri strazianti di vite che cambieranno per sempre. Mi spaventa? No, perché è questo l’obiettivo del libro, che probabilmente non sarà mai troppo commerciale ma arriverà al cuore di tutti coloro che hanno sofferto per la perdita dei propri genitori. So che è una storia che lascia un segno, ma è non solo di dolore, è soprattutto un segno d’amore.

Altri progetti?

Al momento sto lavorando su una favola che tratta una tematica molto delicata. Per questo motivo sarà supportata da due sezioni scritte da professioniste: una premessa antropologica all’inizio e una mini-guida per genitori alla fine.

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